Wired in italiano

All’epoca delle superiori internet mi sembrava una realtà parallela in cui era possibile (nei limiti imposti dagli anni 1998-1999) proiettare una cospicua parte di sé e del proprio piccolo mondo. Ma lo si faceva mentendo su molte cose: erano ancora validi i nickname fittizi entro cui nascondersi. D’altra parte però raggiungere gli altri non era facile come ora, la facebook era, a meno che gli altri non erano tuoi amici per davvero.
A pensarci meglio, a parte il fatto che oggi i ragazzini delle superiori sono in grado di pubblicare schifezze su Youtube, non è cambiato molto da allora. Anche oggi si mente su molte cose. Visti dall’esterno, su facebook sembriamo tutti molto amici. Specie con quelli che erano con noi alle superiori e di cui si erano perse le tracce almeno per dieci anni. Come no.
Oggi ho pensato a quando facevo le superiori. Mi sono ricordata di quel periodo perché ho visto per strada la pubblicità del primo numero di Wired da oggi in edicola. E l’ho comprato senza manco sapere cosa ci fosse scritto dentro.
All’epoca delle superiori non avevo mai letto Wired (a parte qualche tentativo fallito di leggerlo in inglese online), ma avevo letto molto su Wired. Una rivista fondata nel 1993 e che all’epoca parlava agli americani di digitale, di realtà virtuali, di cervelli elettronici e di altri tecno-argomenti che all’epoca sembravano presi a casaccio dai libri di William Gibson.
Sedici anni fa un italiano ha fondato il giornale più bello del mondo, un giornale che a leggerlo sembrava venisse dal futuro. Lo ha fatto a San Francisco, dove il futuro arriva sempre un po’ prima.
Quel giornale era Wired e quell’italiano era Louis Rossetto.
Per trovare i soldi per la sua impresa Rossetto aveva girato due anni l’Europa e l’America con otto fogli coloratissimi e immagini ritagliate da libri e riviste. Sul primo foglio c’era scritto soltanto: Manifesto per un nuovo magazine.
La sua visione a molti apparve folle: mai tanta tecnologia buona è stata a disposizione di così tante persone; queste persone, se si mettono assieme, possono cambiare tutto in meglio, possono fare una rivoluzione.
Il nuovo magazine doveva diventare la bandiera e il faro.
Così è stato.
Questo è il riassunto della storia di Wired spiegata nell’editoriale del primo numero, da oggi in edicola.
Ma che c’entra Wired con la musica? C’entra secondo me. Se c’è una cosa in cui credo è che oggi, più che fossilizzarsi sulle tecnologie, sulle risorse informatiche e di conseguenza sulle possibilità che esse offrono al mondo intero, bisognerebbe partire dalle idee. Partendo dalle idee si possono inventare poi i nuovi modi di diffonderle e trasformarle in progetti. Basandoci solo su quello che c’è oggi in materia di tecnologia e quello che si può fare oggi grazie alla tecnologia, rischiamo di tirar fuori copie di copie di cose già fatte e sperimentate da altri. Partiamo dalle idee, il modo di renderle visibili e reali verrà di conseguenza.
Ho sfogliato Wired appena rietrata a casa. In generale mi sembra una rivista molto interessante e soprattutto easy, quello di cui avevo bisogno in questo periodo così difficile. Ho scoperto che esiste un nuovo bollitore elettrico per fare il tè in tre secondi ed è in vendita su ebay, che c’è gente che va all’estero per studiare come conservare e restaurare non i dipinti, ma le videocassette e i cd, che oltre ai software open source esistono anche gli hardware open source, che il grattacielo di Dubai che gira su sé stesso è fatto di tanti pezzi made in Puglia, che gli studenti universitari della Guinea non hanno l’elettricità in casa e per studiare di sera vanno per strada dove ci sono i lampioni. Ottima idea.
Spero sinceramente che questa rivista possa costituire un contenitore di idee e di ispirazioni interessanti, non sarebbe male in questa Italia alla prese con la crisi economica e i precari. Spero pure che Wired non finisca col diventare un semplice must per fighetti. Staremo a vedere, anzi, a leggere.
